I FEUDATARI
Il primo feudatario fu Tommaso de Feniculo; in seguito
il feudo fu concesso ai Frangipane della Tolfa come
premio della cattura di Corradino di Svevia dopo
la battaglia di Tagliacozzo avvenuta il 23
agosto del 1268. Il loro do-minio andò dal XIII
al XIV secolo ma non hanno lasciato
tracce.
Ferdinando I d'Aragona vendette Torrecuso
a Fabrizio Della Leonessa nel 1461.

All'inizio del secolo XVI, esattamente nel 1516,
il Feudo fu portato in dote da Giulia Della Leonessa
a Nicolantonio Caracciolo Rosso, marchese di Vico;
nel 1520 i beni passarono a Galeazzo Caracciolo
Rosso e nel 1586 a Lelio Caracciolo
Rosso che nel 1601 li ebbe in definitivo
possesso.
Colantonio Caracciolo Rosso I, perché aveva
sposato Giulia Della Leonessa, si trovò ad avere anche i feudi
della moglie: cioè Torrecuso, Finocchio,
Torre Palazzo, Telese, Castelpoto,
Apollosa, San Martino e Solopaca.
Di questa famiglia, Carlo Andrea I fu il personaggio
più eminente, fu uomo di grande valore guerriero, fu sempre
al servizio dei Re della Spagna e meritò da
essi tutta la stima e la fiducia per senno e perizia nell'arte della
guerra, tanto da superare tutti i nobili cavalieri di quel momento.
Per
i meriti acquisiti sui campi di battaglia d'Europa, il re di Spagna
Filippo IV lo nominò "Grande
di Spagna" ed ebbe la facoltà di trasmetterlo
al figlio Farlo Maria che morì combattendo
nella battaglia di Salces, quale generale di cavalleria, a soli 25
anni. Fece doni alla chiesa dell'Annunziata e a San Liberatore al
quale era particolarmente devoto.
Nel 1764 morì Luigi Filippo Caracciolo
senza eredi e il feudo passò al Fisco.
Nel 1769 fu comprato all'asta dalla famiglia Cito,
Patrizi Napoletani; il loro dominio durò poco perché
nel 1806 fu abolito il sistema feudale e i Cito vendettero
le loro vaste proprietà conservando il nudo titolo di Marchesi
di Torrecuso fino ad oggi, anche se esso viene rivendicato
da un ramo dei Caracciolo.
PONTE MANFREDI
Il vetusto ponte sul Calore prende il nome dall'antica
Baronia posseduta da Tommaso (de)
Feniculo feudatario nel cui territorio cadeva anche
Torrecuso.
Le rovine del ponte evidenziano tre tipi di architettura: romana,
longobarda e moderna.
Nel catalogo dei Baroni nell'anno 1154 si legge che
il feudo di Tommaso de Feniculo abbracciava anche
Castelpoto, Apollosa, Torre
Palazzo, Casalduni e possedimenti in Valle
Caudina.
Questo ponte, una volta tanto importante, oggi negletto e rotto nell'arcata
centrale, ha visto passare schiere di solda-ti, genti di commercio
e co-muni viandanti; certamente ha assistito alla disfatta di Manfredi
di Svevia.
Il saggio del Prof. Mons. Laureato Maio, pubblicato
da Rivista Storica del Sannio nel 1996, "La battaglia
di Re Manfredi e la fine del dominio svevo sul territorio beneventano",
dimostra che:
"Manfredi intuì che per fermare il nemico
Carlo d'Angiò, che avanzava sulla via Latina,
dovesse arretrare verso il Sannio. Il territorio
più adatto a questo fine era senz'altro la zona della Baronia
de Feniculo, attuale territorio del Comune di Torrecuso.
Lì la guarnigione dello zio Manfredi Lancia
gli offriva fede-tà e garanzia per un punto di appoggio, mentre
i colli e i castelli della Baronia costitui-vano essi stessi una barriera
naturale per la difesa e, a lungo andare, per eventuali attacchi a
sorpresa. ll fortilizio feniculense inoltre, insidioso e nascosto
com'era a valle, ma emer-gente su una prominenza roc-ciosa, faceva
da guardia al ponte sul Calore, (Pons Feniculi,
oggi volgarmente detto Ponte Finocchio) su cui passava
un ramo della via Latina. Dove sia avvenuto precisamente
lo scontro è stato sempre materia di discussione . I cronisti
e lo stesso Carlo d'Angiò parlano di un colle,
su cui si accampò l'esercito franco nella discesa da questa
al-tura verso la zona detta della Lammia, l'esercito
franco vide schierate le forze sveve nella pianura digradante verso
il Calore, che corrisponde ai territori non lontani
dal Ponte Finocchio, dei oggi Mascambruni,
Olivola, Masseria del Ponte, posti
nelle adiacenze di Roseto.
In questa zona avvenne lo scontro tra l'esercito franco e quello svevo.
E' qui che tutto si svolse in quel 26 febbraio 1266,
quando secondo l'espressione di un cronista "forti contro
forti fortissimamente lottarono".
Il ponte presso cui fu inumato il cadavere del Manfredi
non può non essere che quello di Feniculo,
il più vicino alle località suddette; e la greve morae,
di cui parla Dante, potrebbe essere l'enorme roccia
che sovrasta la spalla sinistra del ponte, sotto la quale il corpo
di Manfredi potrebbe essere stato inumato e coperto
poi da un cumulo di pietre lanciate dai soldati".